giovedì 7 febbraio 2013

Kurt Cobain - Parte 1a

Annunciato il ritorno dei D.U.M.B sulle scene, è doveroso ricominciare la pubblicazione delle monografie a partire da quella dedicata a Kurt Cobain.


Kurt Cobain
Monografia - Parte 1a


Una delle cose più difficili, parlando di Cobain, è separare le scorie dal resto. I fatti personali da quelli musicali. Facile non è mai, quando si tratta di personaggi che rendono nitida la differenza tra vivere la musica e vivere di musica. Ma in questo caso, beh, qui abbiamo un’autentica icona del rock’n’roll, poeta maledetto, idolo delle folle e manna per i mass-media. Si può parlare dei Nirvana senza incappare nei detriti scandalistici della sua vita intima? Si può parlare della vita di Kurt Cobain e di come si sia incrociata con la musica, senza il fastidio della morbosità?

Mi sono trovato a pensare al finale preannunciato, quando vennero tratte conclusioni indiscutibili a partire dal fatto che il terzo disco, “In utero”, avrebbe dovuto uscire con il titolo “I hate myself and I want to die”. Mi sono trovato anche a pensare che lo stesso Cobain aveva dichiarato trattarsi di scherzo, autoironia, “vengo visto come uno schizofrenico che ad ogni momento vuole uccidersi, pensavo fosse un titolo divertente”. Già.
Così, in realtà, avevano ragione quelli che scuotevano la testa? Quelli che avevano classificato l’uomo Cobain nel settore vivi-veloce-e-muori-giovane?
La sua musica conteneva (contiene, intatti) un’energia parossistica, un furore potenzialmente autodistruttivo come pochi se ne sentono o vedono; è contemporaneamente oppressiva e liberatoria, sentimentale e lancinante, a volte “pericolosa”. Non bastava questo? Sapere da Courtney Love, widow-superstar, che “tutto quello che voleva Kurt era essere scopato” ci fa capire di più? Non era sufficiente ascoltare un paio di canzoni per intuire il bisogno d’amore che esprimeva attraverso la musica? “Odia, odia i tuoi nemici / Salva, salva i tuoi amici”, Radio Friendly Unit Shifter.

Costa occidentale USA, stato di Washington, Seattle. Nello scenario di uno splendido teatro naturale, in una zona dall’aspetto in gran parte rurale, sorge uno dei centri urbani più futuribili degli Stati Uniti. Seattle, città della Microsoft, è portata ad esempio per l’elevata qualità della vita. Ha dato i natali a Jimi Hendrix e fornito il terreno per la fioritura del nuovo rock, quel grunge che alla fine degli anni ’80 è passato dall’arrabbiata immagine alternativa allo status di protagonista del mercato discografico.
Se pensiamo per un attimo al jazz, per fare un esempio, o al blues, alla musica afroamericana, immaginiamo che la presenza di comunità nere in una data area geografica ed i contatti con la locale cultura bianca, nonché le ragioni storiche che determinano la qualità di quei contatti, spiegano in parte le diversità tra il Blues di Chicago e quello di Memphis, tra lo stile di New Orleans  e quello delle metropoli del nord. Ma per quanto riguarda il rock non è così.
E’ un’antropologia a volte più sfumata e nebulosa.
Se succedeva qualcosa, a Seattle, per portare alla ribalta nel giro di pochissimo tempo futuri primattori del rock come Soundgarden, Pearl Jam, Nirvana, era che i giovanissimi musicisti stavano cercando (influenzandosi molto a vicenda) un’idea di musica alternativa, figlia legittima del ribellismo punk e libera dagli obblighi dell’estetismo cresciuto in modo abnorme e malato negli anni ’80, ma in un certo qual modo sensibile al valore della melodia e della canzone pop.
Era probabilmente una cosa simile a ciò che cercavano contemporaneamente altri giovani rockers, ma alcuni fattori importanti (l’attenzione dei media, la presenza di un’etichetta autenticamente indipendente some la Sub Pop, la caparbietà degli stessi protagonisti) hanno fatto sì che Seattle diventasse un luogo privilegiato per quel dirompente fenomeno, fino all’esplosione di “Nevermind”.

Continua...

Nessun commento:

Posta un commento