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lunedì 20 gennaio 2014

Addio Abbado

Claudio Abbado se ne è andato. Non è che ci sia molto da dire: sarà un silenzio pesante, quello dovuto alla sua assenza.

martedì 24 dicembre 2013

Auguri di...

Buone Feste!!


Soggetto: "Chitarra Simon&Patrick e strano Personaggio, in clima natalizio" ;)
PH. photonikart@gmail.com

domenica 22 dicembre 2013

NO, GRAZIE, SON GIA’ RICCO DI MIO.

Da “Repubblica”:
Uno shopping natalizio indimenticabile per i clienti del supermercato Walmart di Tewksbury, una piccola città del Massachusetts a venti chilometri da Boston. Venerdì sera tra gli scaffali e con tanto di carrello ha fatto la sua apparizione la pop star Beyoncé Knowels. La diva ha acquistato qualche giocattolo per la sua bambina e una copia del suo nuovo album. Ai microfoni del supermercato ha poi annunciato un regalo per tutti i presenti: un buono spesa da 50 dollari.  Gli scatti dell'insolita trovata promozionale sono stati pubblicati sul suo profilo Facebook. 
Repubblica - Foto - USA Sorpresa al supermarket: c'é Beyoncé

 Un buono spesa? Ma perché?

Non basta vedere la tua faccia e sentire la tua “musica” morta e priva di senso?
Non basta ciucciarsi la pantomima della star che si mescola con la gente comune e fa la spesa al supermercato spingendo il carrello, comprando i giocattolini da due soldi di Walmart, che tenera, che democratica?

No, adesso anche l’elemosina?
50 dollari di buono spesa, perché? Cosa spinge una stronza ricca e detestabile a fare così?
Ha bisogno d’amore? Le è mancato l’affetto, da piccola?

Che schifo. E che occasione sarebbe per scriverci una canzone, fosse ancora in giro Zappa…
Il titolo lo fornirei io: Ship the fifty to your deep south, baby.

sabato 14 dicembre 2013

TALENT SNOB, TALENT STOP

Sul Fatto Quotidiano del 14 dicembre Andrea Scanzi scrive un articolo su X-factor.
Successo a prova di snob”, titola, tessendo sostanzialmente le lodi di un prodotto (format!) popolare e appuntando lo scritto di osservazioni interessanti.
Per dirne un paio, “demonizzarlo non ha senso: è certo sbagliato che sia l’unica forma per emergere, ma proprio per questo suona masochistico stroncarla a prescindere”; oppure “è intrattenimento puro. Riuscito e ben fatto. Un prodotto ben confezionato… anche i difetti… contribuiscono a rafforzare la partecipazione dello spettatore, che tifa, si emoziona e si arrabbia”.
Non so se Scanzi (che generalmente apprezzo molto) quando scriveva sul Mucchio Selvaggio avrebbe affermato le stesse cose, ma a parte questo trovo che manchi del tutto la considerazione di una “terza via”, o third stream per rimanere in tema musicale: uno né snob né coatto può dire che X-factor è brutto?
Ma mica perché è da demonizzare, macché: è che come spettacolo fa proprio venire due cosi così.
E’ una pizza, e lo sarebbe anche con musica di altro livello.
Se non stai lì con una mano ai social network per twittare, scrivere su Fb, o al limite mandare sms, che fai nei tempi morti?
Che fai durante pubblicità, sproloqui dei giurati, sproloqui del presentatore, siparietti, scene del back-stage, immagini dei papà immagonati?
Che fai se vuoi soltanto ascoltare qualche giovanotto/ragazzina che canta, visto che quella è “l’unica forma per emergere”?
Ti rompi i coglioni, ça va sans dire. Io trovo persino Sanremo più veloce e “musicale”.

Altro discorso se la buttiamo sulla contemporaneità, sulle fasce d’età, sull’interazione in tempo reale con i social e la rete.
Però qui siamo distanti da ogni “sostanza” musicale: c’è poca polpa, insomma, perché la polpa vera sta da un’altra parte. E sta nell’idea di emergere rapidamente, con gli enormi mezzi tecnologici/massmediologici a disposizione oggi, con la possibilità di propagare la propria fama alla velocità di un virus a prescindere dalle idee, dall’esperienza, dall’anima.
Insomma, solo se diamo per scontato che “successo e fama” equivalgono a “buona musica” allora sì, siamo in un talent show.

Ma, nel deprecabile caso, io continuerò ad annoiarmi lo stesso.


mercoledì 11 dicembre 2013

TALENT SHOW, TALENT BOH

Non riesco a vincere la noia. Potrebbero suonare le variazioni Goldberg, tutto il repertorio di Robert Johnson, qualsiasi cosa. Io finisco per annoiarmi, e anche piuttosto rapidamente.

La figlia di un amico è in finale tra poche ore. A X-factor.
Da settimane, mesi, sui social network è spuntato un florilegio di “mi piace”, “condividi”, “vuoi partecipare al gruppo”. Entusiasmo alle stelle: sembra sia arrivata la Callas della musica popolare.
Il padre, musicista lui stesso, setaccia con costante inflessibilità il web alla ricerca di tutto il ciarpame gossip che riguarda la figliola e lo pubblica, per esporlo al pubblico ludibrio.
In pratica, esattamente quello che stanno facendo anche gli altri papà e mamme con pargoli impegnati nell’artistica tenzone.
E giù sghignazzate sul cretino che ha scritto questa roba, ma dove prende le informazioni, sì figuriamoci, non è vero che è raccomandata è soltanto la migliore, sono tutti invidiosi, eccetera; vagonate di amici/amiche a sbranare i malcapitati coglioncelli che postano in rete notizie balenghe.
In pratica, esattamente quello che stanno facendo anche amici/amiche degli altri papà e mamme.
Basterebbe solo questo, che pure è niente in confronto al resto del baraccone, a smontare ogni desiderio di avvicinarsi in nome della musica.
Un casino pazzesco: banner, slogan, striscioni, fan club, com’è carina, schermi giganti, sei invitato… in sostanza un incitamento alla fuga.

Ho provato, mi sono detto “ma lei non è male, è brava, adesso ci sforziamo e vediamo se un’occhiata oltre il bordo rivela panorami interessanti”.
Bisogna superare alcuni ostacoli.
Per prima cosa, la bruttezza della trasmissione da un punto di vista squisitamente visivo. Ambientazione e scenografie un poco più pacchiane del matrimonio di un capoclan di Scampìa, luci e inquadrature e stacchi da discoteca riminese dopo tre o quattro pasticche, testi e stile di conduzione perfetti per un villaggio turistico: è dura, eh?
Andiamo avanti, ci sono gli affascinanti giurati da affrontare. Detto che per la Ventura basta il nome, che per i soldi anche un musicista serio potrebbe fare la qualunque, che mi è parso di vedere pure la controfigura scadente e malaticcia di Morgan, mi è rimasta curiosità per quell’incredibile essere che si veste di fucsia o qualcosa di simile. Insomma, chi è? Cosa fa nella vita? Quali sono le sue aspirazioni? Perché bisognerebbe conoscerlo?
Durissima anche qui.

A dire il vero non è passato COSI’ tanto tempo. Non ho resistito più di 20 - 25 minuti (in più riprese) totali, perché la noia mi ha sempre aggredito con una veemenza devastante.
Ho ascoltato qualche cover e i brani originali.
Tra le cose notate, l’idiozia di voler proporre come cover di Hendrix “Little wing”. Quel tizio non ce l’aveva un arrangiatore (coach? Allenatore? Sparring partner? Manager?) a dirgli “va bene la cover di Jimi ma non quella, perché è praticamente IMPOSSIBILE tirarci fuori qualcosa di originale e interessante o che non sia già stato fatto miliardi e miliardi di volte”?
Ma i brani originali… non s’affrontano, no. Certo non si capisce perché uno bravo a scrivere dovrebbe mettere le sue cose migliori in una trasmissione tv usa e getta, ma un limite… ce lo vogliamo porre?

In realtà X-factor può servire, al massimo, a cercare di intuire se uno o l’altro partecipante possieda capacità interpretative di qualche tipo. Diciamo che essendo impossibile premiare la musica (davvero, qualche passaggio delle canzoni scritte per i finalisti risulta imbarazzante) si riconosce un attitudine, un carattere, un’idea di possibilità futura.
E’ solo che il talento non c’entra niente, ad onta del nome. Il “talent” è parola troppo grossa per queste X, dove i già elefantiaci meccanismi del business musicale sono appesantiti dalle esigenze del business televisivo; l’ibrido che ne risulta è un manuale di assemblaggio per aspiranti star dello spettacolo, un esempio di My fair lady versione televisiva con l’ambizione non della buona società bensì di un buon contratto con qualche major.


E mi dispiace per la brava figliola, ma appena la noia mi ha ri-azzannato, via, a tutta velocità…

lunedì 22 aprile 2013

Nam myoho renge kyo!


Tre anni or sono me ne andai con un amico in un negozio di strumenti musicali fuori città. La visita serviva a provare ed eventualmente acquistare un pick up per chitarra acustica: in effetti il pick up me lo portai a casa, ma passai almeno mezz'ora a suonare e coccolare una bella chitarra folk della Yamaha, serie L, che mi stupì per l’eccezionale rapporto qualità / prezzo.
Ne fummo tanto colpiti, io e l’amico, che alcuni mesi dopo quando lui si sposò accolse con grande gioia il regalo che gli facemmo in gruppo, quello stesso modello Yamaha che avevo poi fatto mandare a prendere dal mio chitarraio di fiducia.

Un paio di settimane fa, spulciando tra gli annunci di un sito molto frequentato, vedo in vendita una chitarra Yamaha della serie L, ad un prezzo assai interessante.

Contattato il proprietario, mi accordo per un incontro. Abita ad una trentina di chilometri da Reggio, nessun problema a trovare il luogo dell’appuntamento.
Lo strumento è praticamente nuovo, i legni non presentano un solo segno.
Ottima chitarra, riconosco il manico ben fatto e la sento già mia. Mi sembra d’averla sempre suonata.
Nei cinque minuti di chiacchiere post-affare concluso, chiedo al gentilissimo ragazzo dove l’ha comprata.
“L’ho presa a C., nel negozio di Tizio”.
“Ma dai. Lo conosco. Scusa, ma quando l’hai acquistata?”
“Boh, circa tre anni fa. Due e mezzo, mi pare…”
Insomma. E’ la stessa chitarra che avevo provato io. La prima “serie L” che abbia mai suonato.
E’ tornata da me, per appartenermi.

Magari è sciocco, però la cosa mi ha colpito.
Ovviamente si tratta di un puro caso, ma in realtà da tempo cercavo quello strumento, e diverse volte ho rinunciato in extremis ad altri acquisti, diversi, per continuare ad aspettare.
Insomma, quando ci penso mi viene da sorridere in modo un po’ ebete, come davanti ad un enigma incomprensibile… e mi torna in mente un sacco di musica misticheggiante, tipo questa:
Del resto il titolo di questo fantastico disco è The cycle is complete, come volevasi dimostrare.

Nam myoho renge kyo!

domenica 24 marzo 2013

Primavera piovosa.

Ascoltavo una trasmissione radiofonica, stamattina. Un canale Rai, l’unico anzi che riesca ad ascoltare a prescindere dagli orari e dai conduttori.
Parlavano di radiofonia, di storia della radio ed in particolare di Radio Tirana.
Hanno mandato una sigla del 1988 registrata alla meno peggio, con tutte le caratteristiche che poteva avere la sigla di una radio di stato nell'Albania di 25 anni fa. Musica pomposissima, marziale, un po’ nostalgica e un po' carica di fiducioso pathos, su cui si inseriva la voce stentorea e sicura di sé di uno speaker che io immaginavo in uniforme, sull'attenti, durante la lettura dell’incomprensibile e certamente inutile testo.

Passa un minuto e il conduttore annuncia un ascolto / confronto con il presente, dicendo “a Tirana c’è stata una primavera e lo si sente  anche dalla radio, dalla sua nuova sigla”.
Parte il jingle.
Sonorità contemporanee, digitali e precise, voci maschili e femminili sovrapposte e distorte e cariche di echi che sembrano annunciare l’Apocalisse o uno strip show, effetti roboanti, suoni elettronici martellanti.
Non fa schifo, peggio.
Orrenda senza speranza.
E’ la fotocopia di qualsiasi repellente jingle di qualunque radio commerciale della minchia che tortura l’etere oggi, qui e ovunque come qui.
E su RadioRai mi dici che questa sarebbe la “primavera”?
Il progresso?
La modernità?
Il MERCATO, magari?

Conduttore, non è che ha piovuto da marzo a giugno, quella primavera lì?
E te ti sei bagnato troppo?