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martedì 12 febbraio 2013

Kurt Cobain - Parte 4a (conclusione)

Kurt Cobain

Monografia - Parte 4a (conclusione)

“Avevo la responsabilità di non far sapere ai ragazzi che usavo la droga”, KC.
Il problema della sua tossicodipendenza, dopo un’iniziale negazione, va a far parte integrante delle leggende del personaggio. Che si tratti di un ingenuo intento pseudoterapeutico (“il dolore allo stomaco mi faceva venir voglia di morire... all’inizio, dopo tre giorni di eroina, non avevo più il dolore e presi la decisione di farmi per un anno e poi smettere, perchè non volevo morire”, KC) oppure no, non ha una grande importanza, visto ciò che scrive per esempio il Los Angeles Globe. Cioè che Cobain è drogato, che sua moglie Courtney Love del gruppo Hole è drogata, che la loro bambina Frances Bean nascerà drogata.
Come sempre, un purtroppo naturale processo di normalizzazione ha steso la sua lunga mano a smussare gli angoli più acuti della scena alternativa. Dell’iniziale impeto qualcosa è rimasto e rimarrà, i Pearl Jam ad ingaggiare una solitaria ma perdente battaglia contro l’agenzia che detiene il monopolio sulle prevendite dei biglietti in USA, la Ticketmaster; gli stessi Nirvana che combattono il tentativo di condizionare la loro esibizione allo spettacolo degli MTV Video music Awards. Ma normalizzare è la norma: e quando la musica, medium potente, è anche influenza sui costumi e le mode, è addirittura inevitabile.
Tra il ’92 e il ’93 la popolarità del trio cresce a dismisura, mutandosi in ingombro. Le droghe, i problemi di salute, gli atteggiamenti rissosi e poco concilianti, insomma l’apparente, perfetta aderenza allo standard “belli e dannati”, sono malignamente accolti da un esasperante scandalismo giornalistico che prospera come gramigna.
In particolare, l’11 agosto 1992 la rivista Vanity fair pubblica un articolo di Lynn Herschberg che avrà numerosi e perniciosi effetti sulla vita familiare di Cobain.
La Herschberg sostiene:
- che Courtney Love possiede una devastante personalità
- che ha indotto Kurt all’uso di eroina, citando un’anonima fonte dallo staff del gruppo
- che durante i primi mesi di gravidanza ha assunto stupefacenti.
L’immagine che viene smerciata al mondo è quella di un giovane schiavo dei suoi vizi e di quelli della moglie, tutt’e due talmente persi nella spirale delle loro perversioni da far chiedere a qualcuno se sia giusto lasciar loro la potestà della nascitura. Frances Bean viene alla luce il 18 agosto: nel giro di poche settimane un tribunale di Los Angeles stabilisce che i genitori non possono stare da soli con la figlia. Solo nel marzo successivo, dopo crisi depressive, cure disintossicanti, ricadute, minacce di suicidio, l’autorità giudiziaria decreta la piena affidabilità di papà e mamma.

“A parte loro tre, tutto ciò che gira attorno ai Nirvana è in mano a dei pezzi di merda”. Sono parole di Steve Albini, the punk stalinist, come viene definito dalla stampa specializzata. Albini è l’uomo scelto dalla band per produrre l’atteso seguito di “Nevermind”, seguito per il quale entrano in sala di registrazione nel marzo 1993. Con l’ex produttore dei Pixies (gruppo molto amato da Cobain) si lavora sodo e con rapidità, in una logica da small combo che porta a concludere tutto in un paio di settimane. Nonostante il buon lavoro di Albini sia riconosciuto, le incisioni provocano lo sconcerto di alcuni manager e, tutto sommato, non soddisfano completamente nemmeno i Nirvana. Lo stalinista punk, affermando d’aver esaurito il suo compito, accetta di buon grado l’intervento di Scott Litt, produttore dei REM, per un parziale remixaggio. In settembre esce quello che doveva intitolarsi prima “I hate myself and I want to die”, poi “Verse chorus verse”: adesso è “In utero”.
Ogni cosa in questo disco, dalla copertina alla musica, dai testi al clima che è in grado di suscitare, sembra rechi con sé un’ombra cupa, dolente e minacciosa; l’energia in alcuni momenti sfocia in autentica violenza sonora e vira verso un segno negativo. Non più marchio della propria presenza, ma sfregio. Arma più che vessillo.
Dal punto di vista timbrico (qui, soprattutto, i risultati di Steve Albini) è un viaggio all’indietro nel tempo: “In utero” recupera, aggiungendovi pienezza ed una certa dose di fascino “naturalistico”, quasi da live, sonorità più tipicamente punk che ricordano a volte “Bleach”. La voce di Kurt è spesso strozzata o, come in Milk it, ridotta ad una specie di rigurgito amplificato.
Se “Nevermind” dava l’idea di una spinta verso l’esterno, “In utero” è introspettivo e centripeto fin dal titolo. I testi sono ricchi di riferimenti escatologici e corporali; Tourette’s, Cufk, tish, sips (anagramma di fuck, shit, piss), Milk it (“ectoplasma, ecto-scheletrico / compleanno del necrologio”), Heart-shaped box (“vorrei poter mangiare il tuo cancro quando diventi nera”).
Non c’è nulla di tranquillizzante in quest’opera; anche la chiusura, affidata ad una melodia dall’andamento rilassato come All apologies, contiene elementi d’inquietudine, con una chitarra non perfettamente accordata la cui linea intreccia continuamente il canto.
Che sia una reazione all’esperienza di due anni al centro dello star-system, o alle drammatiche vicende personali (o ad entrambe le cose, com’è probabile), l’ultima testimonianza discografica in studio di Cobain, se può essere parzialmente vista alla stregua di un diario, assomiglia ad un’intima e nefasta confessione sulle brutture del mondo. Di più, ad una volontà, un desiderio di ridiventare feto, chiuso, protetto ed amato: “butta il tuo cordone ombelicale / così che possa arrampicarmi e rientrare”. Sembrerebbe psicologismo da quattro soldi (e forse lo è, se quasi sempre “It’s only rock’n’roll”, Jagger & Richards docet), eppure è impossibile allontanare una costante sensazione di tristezza, di rabbia acuita da un onnipresente malessere.
Heart-shaped box è un magnifico brano, una possibile canzone d’amore. Che Kurt esprime così: “Mi guarda come se fossi dei Pesci quando sono debole / sono stato chiuso nella tua scatola a forma di cuore per una settimana / sono affogato nella tua trappola di catrame / vorrei poter mangiare il tuo cancro quando diventi nera”.
E in Rape me: “Violentami, amico mio / violentami ancora / non sono l’unico / odiami / fallo e fallo ancora”. Facile pensare agli eventi legati alle intrusioni nella sua vita privata.
Rape me, con un riff che è quasi autocitazione, è in puro Nirvana style tale e quale all’iniziale Serve the servants (gran bel titolo, Servi i servitori): “La rabbia giovanile mi ha ben ripagato / adesso sono annoiato e vecchio”.
Cobain affida in ogni modo alla chitarra il compito più scabroso: impugnata come una mazza ferrata oppure come un manufatto dalle misteriose applicazioni (Milk it), il suo strumento è perfetto per portare la tensione emotiva alle stelle. Radio Friendly Unit Shifter è un’impressionante fusione di riff elementari e rumorismo puro: l’assolo è una geniale accozzaglia di feedback e violente percosse musicali. Frances Farmer will have her revenge on Seattle è dedicata all’attrice americana Frances Farmer, la cui persecuzione negli anni ’50 è una delle storie più tristi e vergognose che si possano immaginare; il contrasto tra dinamiche è notevole ed il sound generale rende rabbioso l’omaggio di Kurt: “Lei tornerà come il fuoco per bruciare i mentitori, e lascerà una coltre di cenere sul terreno”.
“In utero” è il massimo del caos raggiunto in studio dai Nirvana; parossismo sonoro, melodie ansiose, un’angoscia quasi palpabile: la bellezza del disco ha un fascino più fosco che mai.

Un’analisi accurata, anche tecnica, della musica di Cobain, sarebbe stata interessante. Quel suo utilizzare armonie sottintese o minimali, bicordi incerti (in armonia, un accordo per essere tale deve contenere almeno 3 voci), fa risaltare ancor di più la sua capacità di scrivere melodie facendole stagliare su un accompagnamento di tonalità ondeggiante: ma è l’aspetto che interessa meno, a giudicare da ciò che si continua a scrivere di lui.
Mentre la stampa non demorde dal solito atteggiamento, i Nirvana dopo l’uscita di “In utero” chiamano con loro un secondo chitarrista, Pat Smear, ex membro dei Germs.
Nel novembre ’93 registrano dal vivo un album acustico, per la famosa serie “MTV Unplugged”.
E’ un’altro splendido lavoro, pieno di ovattata malinconia ma molto vitale, con diverse covers (ottima The man who sold the world di Bowie, e Where did you sleep last night di Leadbelly è sinceramente emozionante) e la partecipazione amichevole dei Meat Puppets. Se c’era bisogno di una definitiva conferma sul repertorio di Kurt, eccola qui: le sue composizioni non vivono in funzione dell’aggressività elettrica, godendo di eccellente salute anche in atmosfere più tranquille. Anche se purtroppo, ormai, della stessa salute non gode chi le ha ideate.
I mesi successivi sono la frenetica cronaca di una corsa verso la distruzione.
Nel 1994, in gennaio, il gruppo tiene l’ultimo concerto in terra americana, in febbraio inizia un tour europeo che si ferma in Germania: altre date vengono annullate per presunti problemi di Cobain alla voce. In marzo entra in coma, in Italia, dopo aver inghiottito decine di pillole di Roipnol. Rientrato a Seattle, passa le settimane successive tra appuntamenti con loschi personaggi, un ipotetico tentativo di suicidio, prove per una terapia psichiatrica, ricoveri e fughe da un centro di riabilitazione, occultamenti delle proprie tracce.
Il 5 aprile, scritti alcuni messaggi, si spara alla testa con un fucile, in casa sua.
L’8 aprile un elettricista, recatosi per lavoro nell’abitazione, scopre il corpo.
Un’ora dopo, dolore, dispiacere, commozione, isteria, sciacallaggio, follia e rumore di registratori di cassa sono inestricabilmente abbracciati tra loro.

Nell’Internet Nirvana Fans Club c’è una Murder Theory Home Page, di cui Tom Grant detiene il copyright. Tom Grant è l’investigatore privato che accusa Courtney Love d’aver fatto assassinare il marito.
I biglietti degli ultimi concerti dei Nirvana, annullati, sono messi in vendita in Inghilterra a 100 sterline l’uno.
Nel 1995 una casa d’aste americana mette in vendita il sangue raschiato via da una chitarra di Cobain dopo un concerto. Offerta minima: 7500 dollari.

In un’eccellente serie a fumetti, The Preacher, lo sceneggiatore scozzese Garth Ennis si diverte a prendere in giro l’americanissima e para-necrofila Cobain-mania.
Uno dei personaggi secondari di questo serial è un ragazzo che, per emulare il suo eroe, si spara in faccia un colpo di fucile. Il feroce sarcasmo di Ennis consiste nel farlo sopravvivere in compagnia di un padre sceriffo destrorso e paranoico, trasformandolo poi in una stella del rock ed assegnandogli un nome d’arte programmatico: sfigurato dalla ferita, il giovane diventa per tutti Arseface, Facciadiculo.

Un commosso articolo su Spin firmato da Charles Aaron, poco dopo la morte di Kurt, riporta l’incredibile commento di una sociologa, Donna Gaines: “Il suo suicidio è stato un tradimento. Esso nega un tacito contratto tra i membri di una generazione che vedeva la dipendenza gli uni dagli altri per rovesciare la negligenza, la confusione e la frustrazione ereditate dalla generazione precedente. Cobain ha spezzato questa promessa. Se n’è andato”.
Aaron risponde con parole distillate dal buon senso: “Kurt Cobain era un artista, le cui canzoni esprimevano le sue dolorose, contraddittorie emozioni. Aveva responsabilità verso la sua arte, la sua famiglia e i suoi amici. Non era sua la responsabilità di rovesciare la negligenza dei genitori. Sostenere qualunque altra cosa è perversamente arrogante”.
Figure come quella di Cobain originano a volte, nella cultura di massa, visioni romantiche ma distorte, proiezioni di desideri e rivendicazioni che finiscono per circondarne come un’aura l’immagine. Le frasi della signora Gaines mostrano come nemmeno la morte interrompa quest’illusione.
Kurt Cobain era un uomo in carne ed ossa, nè più nè meno, e le sue debolezze di uomo l’hanno portato dove per chiunque è sospesa ogni possibilità di giudizio.
So long.

domenica 10 febbraio 2013

Kurt Cobain - Parte 3a

Kurt Cobain

Monografia - Parte 3a


“Il rock – Star system e società dei consumi” è un libro del neozelandese David Buxton, uscito in Italia nel 1987. Contiene una delle più precise e spietate analisi del rock’n’roll come creatore di profitti, del suo rapporto con l’industria discografica. Uno dei capitoli più interessanti riguarda il cosiddetto star-system: “La qualità dell’essere una star diviene dunque una sorta di macchina che trasforma il lavoro del musicista in un prodotto di massa... In quanto star egli è proprietà, per un determinato periodo stabilito dal contratto, di una casa discografica”.
Citando Mick Farren, cantante dei Deviants, giornalista e ideologo della controcultura britannica, Buxton riporta: “Siamo stati obbligati a pensare alla nostra stessa cultura in termini commerciali... Ci ricondizionano a pensare come degli affaristi”.
Se c’è stato un gruppo emergente libero di agire anche sotto contratto con una major discografica, questo risponde al nome di Nirvana. Per “Nevermind” e “In utero” hanno avuto a disposizione i produttori che ritenevano più opportuni, ed un potere decisionale che pochi possono esercitare.
Ma il contesto, il mondo nel quale si muovono, le dissennatezze con cui fanno i conti quando appoggiano gli strumenti, sono le stesse. Volenti o nolenti la “qualità dell’essere star” determina una serie di aspettative. Quando Kurt dichiara “Io sono il portavoce di me stesso e il caso vuole che ci sia un mucchio di gente attenta a quello che dico e a volte è spaventoso, perchè sono confuso come loro”, mostra d’aver afferrato il concetto. Anche se apparentemente in contraddizione con sé stesso, affermando poi “Non c’è più ribellione nel rock: ecco perché spero che l’underground possa influenzare le correnti dominanti e dare una scrollata ai ragazzi. Chissà, magari potremo cambiare la vita di qualcuno, impedendogli di diventare un viscido avvocato o un saldatore”.
E come puoi immaginare di farlo senza che la gente sia attenta a quello che dici? Senza accorgerti che lì sotto al palco, ragazzi e ragazze s’aspettano qualcosa? E’ naturale che sia così, è quasi “giusto”. Cobain (come scriveva Melody Maker) non ha niente di diverso negli atteggiamenti, nell’abbigliamento e nel linguaggio dai giovani che ballano ai suoi concerti: sarebbe strano se non scattasse un meccanismo d’identificazione. Al tempo stesso, quando questo genera tutti gli effetti collaterali del caso, appare chiaro che non esiste la possibilità di sottrarsi a piacimento, di funzionare ad intermittenza.
Kurt Cobain ha un atteggiamento ondivago: forse pensa di poter comunicare ai propri coetanei un sogno di vittoria sulla frustrazione, sull’apatia e la perdita di speranza che vengono attribuite alla sua generazione. Contemporaneamente si rende conto che cercare di farlo attraverso la musica è un processo non indolore, perché richiede di diventare insieme sacerdote ed agnello sacrificale. Ed è questo che egli non accetta, pur avendo compreso perfettamente il processo: dopo essere stato scioccamente, artificiosamente trasformato in un simbolo generazionale, un’icona, non ammette di essere spogliato fino all’intimità e poi adagiato sull’altare del culto di massa.
La sua è una titubanza sincera, normale, che non interessa per niente all’indotto del rock’n’roll: riviste, libri, interviste, sedute fotografiche, Mtv video awards, poster, magliette, cartoline, spille.
La normalità si vende molto, molto male.

“Bleach” piazza più di 30.000 copie, risultato ragguardevole per essere il prodotto di una “indie”; ma proprio per il suo essere un prodotto indipendente si trova escluso dai grandi canali distributivi. Si fatica a trovarlo nei negozi. Solo una grossa compagnia discografica può garantire sicurezza, da questo punto di vista. Anche se i Nirvana per il momento non ambiscono a molto di più che diventare un gruppo di nicchia, senza la pretesa di suonare davanti a platee sterminate, sentono che si potrebbe fare di meglio per la loro promozione. Durante il 1990 hanno contatti con la Geffen records, famosa soprattutto per essere l’etichetta dei Guns’n Roses e per aver accolto nel proprio catalogo la difficile musica dei Sonic Youth; sono loro gli artefici principali dell’accordo che i Nirvana sottoscriveranno l’anno dopo con la major.
Nel frattempo, tra tournèe e qualche videoclip, Channing se ne va. Ad ottobre arriva il partner ideale per Cobain e Novoselic: Dave Grohl, “il batterista dei nostri sogni”.
Nel ’91 la compagnia di David Geffen firma il contratto con i Nirvana. Per l’incisione del secondo disco i tre insistono nel mantenere come produttore Butch Vig, lo stesso che l’anno prima li ha assistiti nella preparazione di un EP. Con lui si sono trovati bene, e dopo alcune resistenze da parte dei dirigenti della Geffen s’inizia a preparare il materiale per le nuove registrazioni. In settembre, mentre la band è impegnata in una serie di concerti, esce quello che è il disco destinato a segnare profondamente la cronaca del rock nella prima metà degli anni ’90: “Nevermind”.

“Metà delle canzoni di Nevermind sono state scritte ai tempi di Bleach, ma senza essere inserite nell’album. Non è che adesso ci sia un cambiamento, siamo sempre stati fans della pop music”, KC.
“Nevermind” è una magnifica raccolta di canzoni, un disco emozionante, inquietante, potente e lacerante; è un’opera che produce un immediato senso d’identificazione, che svela la profonda sincerità della musica dei Nirvana. Uno di quei dischi, rarissimi, capaci d’accompagnare per un lungo tratto l’esistenza di chi ha la gioia di scoprirli ed amarli: capace d’ascendere in brevissimo tempo all’Olimpo dei classici e d’influenzare l’intera scena degli anni successivi.
Il suono del gruppo è notevolmente cambiato. In primo luogo grazie all’inserimento di Dave Grohl, che è batterista migliore di Channing; anche se la prima caratteristica è sempre la potenza, il modo di suonare di Grohl è più ricco di sfumature e dinamico, meno ossessivo e metronomico. In secondo luogo, la presenza di Butch Vig agisce da catalizzatore per tutte le qualità che nella musica di “Bleach” erano rimaste latenti. Pare così una di quelle straordinarie miscele ottenute grazie all’incontro tra musicisti con idee e talenti fuori dall’ordinario ed un produttore illuminato, intuitivo, come i lavori curati da Phil Spector, Joe Boyd o Jerry Wexler nel passato o, ai giorni nostri, Brian Eno e Daniel Lanois.
Il risultato è un sound energico, viscerale, una specie di tempesta elettrica sotto controllo, dove la voce appassionata di Cobain ha finalmente un posto di primo piano; se confrontato con l’immagine esangue e la musicalità anemica tipicamente di successo negli anni ’80, il suono di “Nevermind” è un ciclone che spazza via baracche di compensato e lamiera. Devastante.
Smells like teen spirit, singolo-ariete, contiene molte delle caratteristiche che concorrono a fare del disco quello che è: energia, potenza, melodia accattivante e una sconcertante, invidiabile semplicità armonica. L’alternarsi di dinamiche contrapposte, forte/piano, pieno/vuoto, con riff chitarristici e bei passaggi di batteria a delimitarne i confini, diventerà uno dei loro marchi di fabbrica.
C’è una violenta bellezza, in questa musica. C’è persino una parvenza di gioia: verrà anche dalla X generation e in parte dal punk, ma le melodie di Come as you are, Lithium, On a plain sono splendide. Mentre si stagliano su un accompagnamento fragoroso, dall’andamento spezzato ed a volte così semplice da trovar posto in semplici bicordi, le strofe delle canzoni di Cobain colpiscono per la loro purezza. Quello che in “In utero” ri/diventerà tenebra e nichilismo, qui è furia musicale, cantabilità spinta all’estremo.
La musica dei Nirvana nasce nel nome di un certo antagonismo, ben lontana dall’idea di essere compiacente: ma se c’è una cosa apprezzabile sopra ogni altra in “Nevermind” è proprio il felice matrimonio tra pop-song e rock duro. In questa chiave, quello che in poco tempo venderà 7 milioni di copie è un disco che rappresenta davvero una novità. E funziona sia considerandolo come antologia di brani sia, secondo il desiderio di Kurt, come un album con un’accurata logica nella sequenza delle canzoni.
I Nirvana non hanno dimenticato l’hard punk da cui provengono, ma sono capaci di smorzare i toni, di lasciare riposare i sensi per qualche istante per poi assalire di nuovo con un settimo cavalleggeri di decibel; anche dove l’aggressività è lanciata al massimo rimane un salvagente melodico cui aggrapparsi o addirittura, come in Breed o Territorial pissing, frammenti di un canto che sembra filastrocca, una merry melody deformata e torta fino ad assumere le sembianze di una cantilena metallica. L’immagine di Kurt Cobain esce da questi solchi vestita di grande magnetismo e regala emozioni dal primo all’ultimo minuto; la sua è una bella voce, emotiva, spesso tesa allo spasimo.
Polly e Something in the way, piccole gemme acustiche, provano quanto sia capace d’espressività come cantante e quanto possano reggere da sole, senza l’aiuto del fragore elettrico, le sue composizioni: sono Canzoni a tutti gli effetti.
Rispetto a “Bleach” le parti di chitarra sono infinitamente più riuscite. In “Nevermind” si può apprezzare il lavoro sui suoni ottenuti grazie a normali apparecchiature analogiche, in una fase in cui la ricerca di novità o miglioramenti timbrici attraverso sistemi digitali è già la norma. E l’acustica usata per Polly pare sia una Stella da 20 dollari...
Gli assoli sono frequentemente la riproposizione della linea melodica principale espansa da belle sonorità irruenti, ma almeno un paio di essi (soprattutto In bloom) mettono in mostra una strana vena d’astrattismo, una specie di feedback quasi cacofonico lontano mille miglia dalle martellate del punk.

Ai Nirvana riesce ciò che non è riuscito a bands come Sonic Youth, Husker Du e Dinosaur Jr.: rumore e lirismo si sono uniti da tempo nella musica di questi gruppi, ognuno proveniente da un diverso orizzonte. I Sonic Youth con il loro approccio intellettuale tipico dell’ambiente newyorkese, da noise-band acculturata; gli Husker Du con il loro passato di punk rabbioso, sfociato in un magnifico repertorio composto di canzoni epiche, dal respiro potente ed immortale; ed infine i Dinosaur Jr., ipnotici, quasi allucinati, più ispirati ai Led Zeppelin ed al sound degli anni ’70.
Nessuno di loro è però riuscito, nemmeno lontanamente, a giungere ai risultati dei Nirvana. Anche con musica eccellente, e con alcuni dischi imperdibili per capire il passaggio da un decennio all’altro, il loro impatto sull’immaginario, sui processi identificativi, sul mercato, non è certamente confrontabile con quello di “Nevermind”. Che è il disco giusto al momento giusto: porta il rock sulla vetta assoluta delle classifiche spodestando “Dangerous” di Michael Jackson, apre le porte a coloro che il rock non l’hanno mai ascoltato e “vissuto”, crea un codice comune a buona parte dei giovani che consumano musica. Il suo uscire dai limiti che solitamente circondano la musica di genere assume connotazioni sociologiche; per un certo lasso di tempo sembra che ascoltando i Nirvana s’ascolti contemporaneamente il tentativo di esprimersi di milioni di ragazzi.
Non è un messaggio né una comunicazione ideologica. E’ più l’esplicitarsi di una sensazione di disorientamento, una confusione espressa a gran voce e senza timori, un modo di dire “ci sono anch’io, e faccio un sacco di casino”: questo sentimento identitario sarà uno dei fattori che spingerà ai massimi livelli lo sfruttamento commerciale del gruppo, nonchè la baraonda mediatica attorno ad esso.
“E’ stato come andare a letto una sera mentre andava tutto bene, ma risvegliarsi l’indomani mattina e sentir dire al giornale radio che ero un nazista ammazzabambini”, KC.
“Potrò avere 43 anni ed essere un insegnante d’inglese, e resterei sempre il batterista dei Nirvana”, D. Grohl.
Il successo di “Nevermind” comporta una serie di conseguenze. La più concreta è la reazione del mercato discografico. Nel giro di un anno, tra i milioni di copie vendute e l’effetto di trascinamento su altri musicisti ed altri cataloghi, l’industria di settore viene letteralmente risollevata dal suo precedente stato di torpore; grunge, nuovo rock, camicie a scacchi, jeans strappati: sintetizzando, parole d’ordine e simboli che si traducono ad una velocità impressionante in dati di vendite e grafici. Cobain, la stella (su di lui si concentra la quasi totalità dell’attenzione pubblica), diventa l’uomo del giorno. Se da un lato può reputare dignitoso il rapporto con l’etichetta, la Geffen, dall’altro diventare per amore o per forza un monumento vivente è cosa difficile.